Truman Capote

Ultimo viene il corvo. Non a casa di Truman Capote, tre stanze freddissime che lo scrittore affittò in Via Margutta 33 perché avevano un balcone meraviglioso per Lola, il suo coinquilino. Un corvo. Gli era stato regalato da una ragazza di Taormina, chiuso in una scatola, aveva le ali tarpate. Capote ringraziò sperando che salisse in cielo il prima possibile. Ma Lola ci mise del tempo, abbastanza per farsi graffiare la testa, accovacciarsi sulle spalle e addirittura beccare sulla bocca lo scrittore. Che quando venne a stare a Roma, nell’inverno del 1952, lo caricò in macchina insieme alle valigie e ai suoi due cani (da cui Lola fu accolto benissimo).

-All’inizio si stabilirono in un hotel mediocre, che nel giro di una settimana li cacciò tutti fuori. Capote riparò allora in Via Margutta, stradina – diceva lui – resa famosa da cattivi pittori, gatti senza padroni e gattare.
-Sei rampe oscure e ripide dopo, erano in un attico perennemente ghiacciato, che Capote affittò solo per il terrazzo, che dava su una tranquilla miniatura di tetti arancioni e finestre e che Lola apprezzò fin da subito.
-Non se ne andava quasi mai, gli piaceva appollaiarsi sul bordo del parapetto di pietra e osservare il traffico sulla strada acciottolata oppure, quando saltava fuori il sole, faceva il bagno nella zuppiera argentata riconvertita in vasca da bagno. Poi usciva, spiegava le ali cresciute ma quasi inutilizzate e per ore godeva della luce con la testa girata all’indietro, il becco aperto, gli occhi chiusi.
-Capote lo guardava ammirato, così il signor Fioli, il simpatico dirimpettaio ultra novantenne, che aveva perso le parole ma che ogni volta che voleva attirare l’attenzione suonava un campanello.
-La mattina della vigilia di Natale il signor Fioli cominciò a scampanellare come un ossesso. Capote andò sul balcone, dove aveva lasciato Lola immerso nella vasca piena di acqua minerale. Era disteso sul parapetto, senza accorgersi del gatto giallastro dagli occhi di vetro che stava per balzargli al petto.
-Capote gridò “Lola, Lola!”, Lola capì e saltò giù, per schivare gli artigli. “Vola, Lola, vola”, gridò Truman ancora, ma Lola non riuscì ad agitare quelle ali di frolla, precipitando sopra a un camion della nettezza urbana.
-Capote scese di corsa le sei rampe di scale oscure, si sbucciò un ginocchio, ruppe gli occhiali, arrivando a scorgere il mezzo fermo a un semaforo. Ma quando si accese il verde, era troppo lontano e fu troppo tardi. Lola se ne andò via per sempre, da Via Margutta e dalla sua vita.

In questo attico di Via Margutta Capote scrisse i dialoghi inglesi di “Stazione Termini” di Vittorio De Sica e la sceneggiatura de “Il tesoro dell’Africa” di John Houston, dal cui set ogni tanto si allontanava per telefonare e sapere come stava Lola.

targa

La targa che c’è sul palazzo è invece dedicata a Carlos Federico Sáez, un pittore uruguaiano volato via in fretta anche lui. Un suo ritratto qui.

 

 

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