Gioachino Rossini

Se le pietre potessero cantare, ci sarebbe la fila davanti a quella di Via dei Leutari 35. Al primo piano di un palazzo storico, oggi privato, Gioachino Rossini trovò le armonie sempre nuove del Barbiere di Siviglia, precisa la targa. E una delle più grandi delusioni della sua vita, disse lui. rossi.jpeg

Era il novembre del 1815, triste era Roma, in pugno ad un papa che io i teatri li chiuderei tutti. Fortuna che c’era Consalvi, il cardinale segretario di Stato: con il Carnevale alle porte voleva allegria e dunque la stella dell’opera buffa. Buono l’ingaggio, tra denari ed alloggio, in cambio Rossini portava due lavori già rappresentati e in testa qualcosa di nuovo. Appunto il Barbiere, che nuovo non era da Mozart a Paisiello ma il suo era diverso, già nel titolo, Almaviva, ossia L’inutil precauzione. Poi certo, la musica, bella assai – scriveva alla mamma – a Roma sono felice. Ma:
-fece a botte con gli assurdi tempi di consegna, 13 (o 19) giorni appena, un precipitoso crescendo che neanche i suoi.
-fece a botte col duca Francesco Sforza Cesarini, l’impresario del Teatro Argentina, dove l’opera andava in scena, per la scelta di cantanti e librettista.
-fece a botte col Teatro Argentina, quattro giorni prima della prima, quando l’impresario morì all’improvviso. Presagio terribile, tanto più che aveva ancora tutto da pagare…
-fece a botte con la sera della prima, il 20 febbraio 1816, quando leggenda dice che tutto quel che poteva andare a rotoli rotolò: un gatto nero sul palcoscenico, un cantante per terra, la pancia di Rossini dentro la ridicola zimarra.
-fece a botte col pubblico della prima che non smise mai, tranne che per qualche aria, di fischiare l’opera.
-fece a botte con se stesso perché proprio non capiva quel fiasco. Che pazzie, o che cose Straordinarie si vedono in questo paese sciocco, scrisse ancora alla mamma, rientrato sotto choc in Via dei Leutari.
-fece a botte col Barbiere, tagliando lo spartito per la seconda rappresentazione, alla quale, dandosi malato, nemmeno si presentò. Almeno fu un trionfo, la sera dopo uguale e così sempre, per duecento e tre anni.

E per duecento e tre anni si son cercate le ragioni di tanto disastro. Un sabotaggio orchestrato dai sostenitori di Paisiello e di una certa idea dell’opera, vecchi contro giovani insomma? Oppure un mossa del duca impresario, una perfida operazione di marketing mascherata da claque a rovescio? Perché la calunnia è un venticello che fa più rumore di un cannone e sai la pubblicità…Rossini lasciò Via dei Leutari nel marzo del 1816, ma tornò a Roma per altre prime, La Cenerentola, Adelaide di Borgogna e Matilde di Shabran, divertendosi un po’ di più. Tipo una sera di Carnevale quando, travestito da donna, chiese l’elemosina suonando la chitarra per le strade del centro. Con lui, un altro pazzo en travesti che da come strapazzava il violino era sicuro un suo amico, Niccolò Paganini.

UTILITATES
Rossini si ascolta, ma la sua vita è un romanzo da leggere ne “Il furore e il silenzio” di Vittorio Emiliani, Il Mulino, 2007.
-Via dei Leutari è una strada stretta tra il cielo e Corso Vittorio Emanuele II, con molte storie da raccontare.

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