Hendrik Christian Andersen

L’utopia, diceva quello, serve a non smettere mai di camminare. Eppure, vagando per Roma nord, zona Flaminio, è d’obbligo fermarsi al civico 22 di Via Pasquale Stanislao Mancini. Al Museo Hendrik Christian Andersen (non lui). Una casa, un posto felice, l’altra faccia dell’utopia. WhatsApp Image 2019-06-06 at 14.17.00

Sogni ne aveva sempre fatti, fin da quando era un ragazzo povero di Bergen emigrato in America. Faticava nei cantieri navali, immaginandosi tra marmi e sculture. Vinse una borsa di studio per l’Europa, ma non bastava per campare d’arte a Roma. Un giorno bussarono alla porta: era il destino con la faccia di sua cognata, Olivia Cushing, scrittrice colta e ricchissima che, rimasta vedova, aveva deciso di trasferirsi a Roma e di finanziarlo. Così Hendrik potè serenamente:
-progettare questa villa liberty dedicata alla sua mamma Helene, una botta di novità nella Roma d’inizio ‘900, per quelle decorazioni neo rinascimentali e perché palazzina con annesso studio di scultura.
-viverci, al primo piano, con mamma Helene, la cognata Olivia, la sorella adottiva Lucia e il fratello musicista Arthur, una piccola famiglia allargata che non lo lasciò mai solo.
-lavorarci, al piano terra, nello studio dove scolpiva le sue statue gigantesche, trionfi di classicità e vigore, portatrici estetizzanti di ideali in scadenza.
-pensare per quelle statue, infatti, una collocazione nella “Città mondiale”, progetto nobilissimo e folle, un luogo da fondare ex novo, incrocio di arti, scienze, filosofia, religione, culto del corpo.
-disegnare, per la “Città mondiale”, piani urbanistici, palazzi, fontane, palestre. Cinque chili di carta
 che provò a vendere, invano, anche a Mussolini.
-continuare a credere nei suoi sogni smisurati, che nella galleria del piano terra mostrava convinto a Tagore, Ettore Petrolini, Umberto Nobile, illustri, e stupefatti, ospiti. 

Andersen morì nel 1940, lasciando Villa Helene, statue e progetti inclusi, allo Stato italiano. Però non ho ancora finito. Tra i titani di Andersen c’è anche il busto di Henry James. Si incontrarono a Roma in una sera d’estate di fine ‘800, su una terrazza affaccio San Pietro. L’entusiasmo vitalistico del giovane artista si incise come un chiodo dorato nello scrittore di 30 anni più vecchio, che gli comprò subito un busto di terracotta e lo segnalò ai suoi ricchi amici expat. Si rividero altre sette volte nei sedici anni successivi ma soprattutto si scrissero più di settanta lettere. Un rapporto intenso e unico dove però James mette in guardia l’amato ragazzo dai rischi della grandeur: ché, oltre, diventa megalomania.   

UTILITATES
-Il Museo Hendrik Christian Andersen è a ingresso libero, www.facebook.com/hendrikchristianandersen.
-Henry James, Amato ragazzo, Lettere a Hendrik C. Andersen 1899-1915, a cura di Rosella Mamoli Zorzi, postfazione di Elena di Majo, Marsilio editore, 2000.

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